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Paragrafo  6  .  Un  modello anticipatore: la  monarchia  parlamentare

inglese.

     
La  contropartita richiesta dal parlamento inglese ai nuovi sovrani fu
la  sottoscrizione nel 1689 di una Carta dei diritti (in inglese  Bill
of  Rights),  appositamente  stilata,  che  rovesciava  del  tutto  il
rapporto  fra monarchia e parlamento. Se prima quest'ultimo  dipendeva
dalla volont regia perfino nella convocazione

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e  poteva  intervenire soltanto in materia fiscale, da allora  avrebbe
goduto  di una maggiore iniziativa legislativa. Venne riconfermato  il
principio   secondo  il  quale  il  sovrano,  in   qualit   di   capo
dell'esecutivo,  era sottoposto alle leggi e, qualora  non  le  avesse
rispettate,  avrebbe potuto essere privato dei poteri dal  parlamento.
Fu inoltre esclusa ogni interferenza del re nell'amministrazione della
giustizia. Si preparava cos una moderna divisione dei poteri.
     Lungi  dall'essere realmente rappresentativo della totalit della
popolazione  -  in quanto veniva eletto con il criterio  del  censo  e
continuava  ad  escludere  rigorosamente  dai  propri  ranghi  i  ceti
popolari  ed  i cattolici -, il parlamento si conferm un  sempre  pi
efficace  strumento  di gestione politica dello  stato  in  mano  alle
classi   sociali  pi  elevate,  come  aristocratici,  proprietari   e
borghesi. Esso inoltre, nonostante la sua ristretta base sociale,  era
un organo del tutto nuovo: non pi subordinato al sovrano ma dotato di
potere autonomo ed espressione della sovranit nazionale.
     Si  ponevano  cos le basi di una monarchia di tipo parlamentare.
Questa,  che  nel Settecento avrebbe "inventato" la figura  del  primo
ministro,  incaricato dalla corona, ma responsabile  del  suo  operato
davanti  al  parlamento,  si presentava come sistema  politico  nuovo,
precursore  dei  moderni  sistemi  monarchico-parlamentari,  che   con
l'Ottocento si sarebbero diffusi in ogni parte d'Europa.
     Al  lungo  braccio di ferro fra monarchia assoluta e  parlamento,
conclusosi con la vittoria di quest'ultimo, parteciparono,  su  fronti
opposti, illustri filosofi come Thomas Hobbes (1588-1679) e John Locke
(1632-1704).
     Il  primo  difese la monarchia assoluta e segu il destino  degli
Stuart.  Nel sostenere questa scelta, Hobbes non si nascose dietro  la
concezione dell'origine divina dell'istituto monarchico; egli  infatti
era  intimamente  convinto che soltanto un forte potere  centralizzato
potesse  ergersi  a  garante  dell'intera  societ  umana,  in   bala
dell'anarchia e del caos. Lo stato, moderno Leviatano, mostro  biblico
che  dette  il  nome alla sua opera pi famosa, era nato  proprio  per
frenare  gli appetiti e gli egoismi individuali, caratteristici  dello
stato  di  natura comune a tutti gli individui. Per questo non  poteva
essere n revocato, n tanto meno abbattuto dai suoi sudditi.
     Locke,    principale   esponente   della   corrente    filosofica
dell'empirismo, credeva invece fermamente alla libert individuale, al
ruolo della propriet privata ed alla pratica della tolleranza in ogni
questione  civile e religiosa. Tornato in Inghilterra  al  seguito  di
Guglielmo  d'Orange,  dopo essere stato esule in  Olanda,  divenne  un
seguace  del partito whig e, con le sue opere, nelle quali  teorizzava
lo  stato come garante dei diritti naturali e delineava i caratteri di
una monarchia parlamentare fondata sul principio della separazione dei
poteri,  contribu in modo significativo al nuovo corso della politica
inglese.
